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“Roma invasa da criminali ben pagati”. Esagerato, erano solo 314

da spinoza.it

La Russa dà del vigliacco a uno studente. È uno di quelli che non hanno il coraggio di andare a studiare all’estero. [archi il leone]

Emilio Fede: “Roma invasa da criminali ben pagati”. Esagerato, erano solo 314.

(Il cesarismo, il regime fascista, i moti rivoluzionari, il ’68. Con la riforma Gelmini la storia si studia in piazza!)

Decine di macchine incendiate nel centro della città. Erano tutte della Polidori.

NOTA: erano tutte Mercedes, Bmw e auto blu. Non sono state scelte a caso. Intelligenza è virtù.

“Danni senza precedenti all’immagine della capitale” ha detto Alemanno riassumendo il suo mandato.

Da Vespa il plastico di Montecitorio. Si potrà analizzare la traiettoria delle mazzette.

Letame a palazzo Grazioli. La maggioranza si ricompatta.

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Discorso ad AnnoZero (fiction)

Ieri sera ad AnnoZero uno studente di Scienze Politiche de La Sapienza di Roma è intervenuto per spiegare le ragioni del movimento che martedì 14 Dicembre ha costruito mattone per mattone, sanpietrino per sanpietrino la sfiducia a questo Governo.

Seguono polemiche e insulti, da parte del Ministro della Difesa La Russa, massimo esperto di educazione dell’esecutivo. Il Ministro si accende come un razzo a Capodanno e da dei “vigliacchi” agli studenti. Segue discorso sulle forze dell’ordine che, per 1.200 euro al mese, fanno solo il loro lavoro. Difendere i palazzi del potere.

Casini, nella parte dello zio buono, chiede allo studenti (e, per transitiva, ai portavoce del movimento) di prendere le distanze e condannare le violenze di piazza.

Un’offerta “che non puoi rifiutare”! (sennò, “ti possono succedere delle bruuutte cose”).

Ecco quello che gli avrei risposto io:

“Prima di tutto vorrei rispondere alle parole del Ministro La Russa che, con l’educazione e la pacatezza che contraddistingue i “moderati” che rappresenta, ci da dei “vigliacchi” e inveisce copiosamente.

“Vigliacco” è chi scappa. Chi si rifugia, chi evita di agire quando la situazione richiederebbe di prendere posizione, di muoversi.

Il 14 Dicembre, noi eravamo in piazza, per la maggior parte a mani nude (quello che abbiamo tirato, l’abbiamo trovato per strada, lì per lì) di fronte a migliaia di poliziotti, carabinieri e guardie di finanza armate di scudi, manganelli, pistole, lacrimogeni. Equipaggiati del supporto di blindati, camionette, elicotteri.

Ma siamo rimasti. “Noi, vigliacchi”.

Siamo rimasti lì, rischiando la nostra incolumità, per difendere un’idea di futuro, un’idea di società.

Nel frattempo, nei palazzi del Parlamento, circa un migliaio di persone (la “Coalizione dei Coraggiosi”) erano rinchiuse per decidere se difendere o meno una persona dalla sua rovina, il Premier. Pare che lo abbiano salvato, alla fine. “Coraggiosi”.

Il “coraggio” dell’obbedienza al potere, dell’essere supini al Capo, agli ordini impartiti. Orwell non potrebbe descrivere meglio l’inversione di senso della NeoLingua.

Fuori, i poliziotti “da 1.200” erano lì in massa per difendere loro, i potenti, coloro che “non si vedono mai”, che non hanno il coraggio di venire in strada a sentire le ragioni di noi studenti – la Gelmini è almeno due anni che manca sistematicamente a ogni incontro pubblico in cui si paventata anche solo l’occasione della presenza di studenti (in particolare universitari). Chissà se alle elementari, almeno, ha il coraggio di andarci.

La Russa è spavaldo, lui è un guerriero (a parole). Ma lui c’ha i caccia i bombardieri, l’Esercito e Servizi Segreti a sua disposizione. Che uomo “coraggioso”.

I poliziotti “da 1.200 euro al mese” erano lì, dicevo, per difendere i politici. Gli stessi politici che tagliano i fondi al loro Ministero, che li costringono ad uscire a targhe alterne perchè manca la benzina. Lo hanno manifestato giusto qualche giorno fa, sotto Montecitorio, anche loro. Ma in quella occasione, non c’eravamo noi a mettere in atto il “dispositivo di sicurezza pubblica”. Non c’era nessuno.

La Polizia difende i potenti, dicevamo, che sono il problema nostro, il loro e quello di altre migliaia di persone da Terzigno a L’Aquila, passando per i migranti di Brescia.

Già potrebbe essere una buona ragione per credere che stiano, volenti o ubbidienti, dalla parte del problema. Dalla parte dei “coraggiosi” che si blindano in Parlamento.

Ma se anche volessimo credere alla ragione dell’ubbienza, quella che fa rispondere “c’ho famiglia” a chi chiede “chi te lo fa fare”, manca ancora un passo, per poterli definire “vigliacchi”: la prossima volta voltate i manganelli e gli autoblindo, aprite le fila dei cordoni, così vedremo quanti “coraggiosi” siedono in parte al Ministro La Russa in Parlamento e al Governo.

Lo zio improvvisato Casini ci chiede pacatamente di “condannare le violenze altrimenti quelli che ci perdono siete voi”. “Condannare i delinquenti”, “stare dalla parte della Giustizia”. Che bel discorso. Peccato non sentirlo mai quando c’è da votare per l’autorizzazione a procedere per qualche parlamentare mafioso o corrotto.

E quelli che ci perdono, siamo sempre noi.

Ieri il mio compagno ha cercato di spiegarvi che non è esistita in piazza alcuna spaccatura tra i “violenti” e “gli studenti”. Ma, un po’ perchè non l’avete fatto parlare, un po’ forse per l’emozione, non è riuscito a chiarire bene quello che credo essere il pensiero di molti di noi, se non tutti.

Il problema non sono i “nostri” violenti. Il problema non sono i “Black Block”. Quelli, sono e saranno i nostri compagni di scuola e di lotta, con i quali parliamo quotidianamente. Quelli siamo “noi”. Come siamo noi con i libri in mano a difendere il nostro futuro. Come siamo sempre noi che occupiamo i tetti per farci vedere. Quello che è successo martedì è stata una scelta che nasce sì dal sentimento di rabbia e frustrazione, ma anche dall’ultima consapevolezza che a voi di noi, non ve ne frega un cazzo.

Che il problema siete “voi”.

Siete voi che dovete rispondere della cancellazione del nostro futuro.

Siete voi che dovete rispondere dello stupro della nostra società.”

e avrei aggiunto un post scriptum per i “nostri fratelli maggiori”, rappresentati ieri sera da quel giornalista che si dichiarava sostenitore delle ragioni della nostra protesta, ma primo firmatario dell’appello contro la nostra violenza.

p.s.: “A voi, nostri fratelli maggiori, che siete cresciuti, come noi, nel precariato e nell’instabilità. E che oggi prendete la parte di chi ci attacca, credendo di mostrare chessò, “maturità”. La sola, forse, differenza tra noi e (alcuni di)voi, è che noi ci siamo mossi, ci siamo ribellati al sistema distruttivo della precarietà. Che noi non ci siamo limitati ad applaudire gli illuminati “arrivati” che sui giornali raccontavano la nostra condizione con un misto di pietà e benevolenza. Di queste due attitudini, grazie davvero, ma non ce ne facciamo granché. Preferiremmo avere la vostra presenza, il vostro contributo.

Preferiremmo che voi lottaste, con noi.

Non è mai tardi per mettersi in marcia.”

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Erano in alto, il cuore in mano: raccolta di news su proteste migranti nei Cie e in città

Post non esaustivo e in precario aggiornamento (si fa quel che si può) sulle lotte dei migranti contro la “sanatoria truffa”, il permesso e i diritti per tutti.

21 Novembre:

Bologna. Tensioni al Cie di via Mattei. Idranti contro reclusi e solidali.

2o Novembre:

Dopo le rivolte di Bari, l’evasione di Modena, gli atti di autolesionismo a Torino, la rivolta a Gradisca d’Isonzo, la protesta dei prigionieri senza-documenti arriva a Milano. Verso le 18.30 di questa sera una quarantina di reclusi del Cie di via Corelli sono saliti sui tetti. [2]

da Macerie

Trieste. Il corteo, circa trecento tra immigrati e italiani,
ha attraversato le strade della città, con numerose soste e tanti
interventi per far sentire la voce di chi lotta contro l’asservimento
del lavoro migrante e la truffa della sanatoria colf e badanti. Un
meccanismo infernale che ha il suo coronamento nei CIE e nella macchina
delle espulsioni.

Milano. 2000 in corteo per la sanatoria e i diritti per tutti.

La vicenda della Gru di Brescia su:

Radio Onda D’Urt: tag/grucategoria/immigrazione

Macerie

Zic [1] [2]

Feature su Indymedia Piemonte: “Mai più schiavi!”

Feature su Indymedia Lombardia: “Brescia: prosegue l’occupazione …” e “No alle deportazioni!”, “L’accoglienza”

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Il giornalista “lo sa”

Quando scrivono gli articoli, i giornalisti spesso ricorrono alla formula rafforzativa “si sa”.

Anche a me piace, mi capita di usarla quando scrivo qualcosa per questo o per quello, per la brevità certamente e perchè ti risparmia di aprire delle inutili parentesi.

In altri casi può essere usata se non si trova una fonte diretta per spiegare qualcosa.

Si ricorre cioè al richiamo della “vox populi”.

“Ma Maroni, si sa, è un duro al quale difettano flessibilità e lungimiranza, per non parlare di sensibilità per i diritti umani.”

Ecco, io non lo so se Maroni è un “duro” (bisognerebbe intendersi sulla “durezza”: lavorare 40 e riuscire a non perdere l’amore per i figli, per la tuo/a compagno/a, per gli altri: per me questo è da “duri”).

Assenza di “flessibilità e lungimiranza”: beh, sul primo termine, lo traduco nel mio linguaggio-macchina: autoritario (è un b…..ardo! – linguaggio-motorino).

“Lungimirante”, credo invece che lo sia: prepara l’Italia fascista di domani. Lo fa scientemente e assolutamente consapevole nell’annientare il dissenso, la protesta e, soprattutto, gli extra-comunitari, il “gran Capro Espiatorio”, vero “Deus Ex-Machina” (tr.: “artifizio”) della politica italiana.

L’autoritarismo non è un “difetto” di flessibilità, lungimiranza o chissà quale altra capacità.

L’autoritarismo è un principio di governo (della società, ma anche della famiglia, della scuola, delle fabbriche, delle compagnie di amici, etcetc…).

E sarebbe ora di cominciare ad attaccarlo con argomenti altri dalla sua presunta “inefficienza”.

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Guerra asimmetrica

E’ l’articolo che da tempo avrei voluto scrivere sulla vicenda di Brescia e in realtà un po’ mi stupisce perchè certe cose le credevo visibili solo “dall’interno”. Annamaria Rivera è forse di Brescia?

(colgo l’occasione per linkare questo interessante sito web…no, non credo che c’entri qualcosa con il prof. Pasquino!)
http://pasquinoweb.wordpress.com/2010/11/19/la-rappresaglia-dello-stato/

di seguito il testo

Continued…

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La politica del conflitto e l’autoritarismo

Le riflessioni che seguono sono rimaste troppo a lungo nella mia testa. Non riuscendo ad esprimerle con efficacia a voce, ho deciso di scriverle qua. Non sono niente di speciale, nè nuovo. E’ solo bisogno mio renderle parola scritta per poterle rivedere e utilizzare nel tempo. E’ ancora una volta, questo blog, un archivio. E poi sono le 7 di mattina…

Continued…

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Recensioni / “Il Verbale” di Marco Berisso

E’ un libro che lascia a metà, alcune cose di ottima fattura, altre più discutibili.
In generale la forma “verbale” può sembrare buona all’inizio, ma alla lunga stanca e, in tutti i casi, già superata la metà ci si dimentica dei numeri che segnano i “fascicoli” del suddetto verbale – che sarebbero poi i paragrafi del libro – tanto è vero che l’autore deve ricordarcelo in maniera sempre più stringente man mano che si avvicina la fine.
La storia in sé è anche interessante, sicuramente uno spunto buono (ed è per questo che in fondo si merita le 3 stellette), ma la scrittura non sempre è brillante, ci sono sicuramente troppe parentesi nella storia, le famose “storielle di contorno”, che a volte funzionano a volte no (a me è piaciuta in particolare la filosofia dell’estate, perchè mi ci ritrovo molto).
Un altro elemento che concorre in questa non eccellente valutazione è il fatto, secondo chi scrive, che il passato della combriccola di amici di cui fa parte il protagonista (e quindi il “suo” stesso passato) non sia molto delineato, lasciando al lettore immaginare di che tipo di “vida loca” si fossero rese protagoniste persone che nel proseguio del romanzo sono tutte più o meno positive (per ammissione dello stesso autore).
Contando poi che il “movente” di tutta la storia è proprio il legame tra la memoria di una persona morta che rappresentava, tra le altre cose, un pezzo della vita, una sorta di legame col passato di chi ai tempi gli stava attorno, beh…verrebbe da chiedere una scheda integrativa perchè è come prendere un libro, strapparlo a metà (o ad 1/3, dai) e leggerle solo l’ultima metà (o i 2/3 restanti).
Idem per quanto riguarda alcuni passaggi precisi, tipo quello in cui il protagonista decide di lasciare Erika: più avanti, ho “intravisto” un barlume di comprensione psicologica di quella scelta, maturata in circostanze mooolto particolari, ma lì per lì mi sono incazzato parecchio e stavo per chiudere il libro e metterlo nel cesto dei “regali”.

Se fosse un opera prima, direi che ci sono buoni spunti e che alla fine l’autore dimostra, senza costanza, anche una buona tecnica di scrittura e narrativa. Ma dalla biografia, non mi sembra che Berisso sia proprio un “outsider”, il che non giova sul mio giudizio.

Riassumendo: 3 stelle, ma NON lo consiglio.

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Il fronte comune dei casseurs

Analisi della dinamica del movimento francese proposta da un “elettrone libero”. In coda un po’ di indicazioni “di spirito” (sono battute, ovviamente. Nel caso che non vi facciano ridere, sappiatelo).

da Juralibertiare

E’ bene precisare in forma di mini-preambolo: la forma non fa la sostanza. Non è pertanto questione di idealizzare delle pratiche in quanto tali, ma di collocarle in un contesto ben preciso.

La violenza non è mai stata una cosa da romanticizzare, o idealizzare. E’ solamente necessaria a un qualsiasi atto di rivolta, a qualsiasi velleità rivoluzionaria. E senza essere, per questo, attuata attraverso delle sporche pratiche autoritarie.

Si nota una differenza ben netta di questo movimento sociale rapportato ai precedenti nel recente passato. L’ingresso dei liceali (studenti medi superiori) non è avvenuto in maniera tranquilla, è questo il minimo che possiamo dire. La radicalizzazione non è attuata da una minoranza verso la fine del movimento, ma si è tradotta immediatamente in atti e in maniera diffusa. Leggere le notizie di uno degli ultimi giorni ci fornisce un indicatore preciso e non equivoco: ci si affronta con la polizia, si rompe, si brucia, si saccheggia, etc… sia nelle grandi città/metropoli che nei piccoli centri urbani di provincia. Ecco il contagio, la macchina è lanciata.

Ed è là che una seconda specificità entra in gioco: la figura del giovane di banlieue del novembre 2005 che durante il movimento liceale del 2005 o del movimento anti-CPE del 2006 veniva alle manifestazione con obiettivi ben diversi da quelli dei manifestanti (e qualche “antagonismo” si faceva sentire sul campo), si ritrovano questa volta dalla stessa parte della barricata. Una congiunzione c’è stata, alla fine. Non è certo l’unità di classe, ma un bell’inizio di associazione. Allora chi tra l’uovo e la gallina ha provocato tutto questo? Non è davvero molto interessante da sapere. Quello che è certo è che due fenomeni si sono auto-alimentati: i liceali bloccano adottando delle strategie ( o, almeno, reazioni) più offensive, i giovani delle periferie, non per forza regolarmente scolarizzati, almeno per una parte di loro, (non è, in ogni caso, interessante sfumare o sviluppare questo punto, non è per niente la base dell’analisi), raggiungono i blocchi e/o i dintorni per spalleggiare/approfittare degli affrontamenti e apportare così la loro pietra. E funziona.

Ci si trova quindi con una serie di atti violenti i quali nemmeno i media riescono più (non tutti, almeno) ad imputare unicamente ai “casseurs infiltrati”. E portano i prof del liceo a riconoscere con compassione che i “casseurs” sono anche i loro allievi. Merda! La figura del “barbaro” si decompone. Ci si ritrovano con testimonianze che non lasciano dubbi, anzi ancora più esplicite sul punto: la riforma delle pensioni, certo, nessuno la vuole, ma non frega poi molto, anche. E’ anche e soprattutto un pretesto per urlare tutto ciò che si ha nella pancia e che si ritiene, per la maggior parte, legato al quotidiano. E, come dicono alcuni liceali, questo segue il movimento. Mi metto a spaccare e a tirare le pietre ai poliziotti perchè anche gli altri lo fanno. E non c’è dubbio che questo faccia bene. Poichè in generale, “normalmente”, gli stessi si comportano in maniera molto più docile verso il sistema (scolastico e politico-sociale, più in generale). Si vengono a bruciare alla fine alcune delle proprie catene.

Questo scaricarsi in forma di sfogo non è certamente gratùito né senza senso. Si situa in continuità con la rivolta del novembre 2005, ad un’altra scala (attualmente). Facendo soltanto qualche ricentramento geografico. Gli stessi, con i loro nuovi compagni di strada, che nel 2005 si accontentavano di appiccare il fuoco ai loro quartieri, se ne vanno oggi, per esempio, a saccheggiare i magazzini di un commerciante a Lione, o ancora tengono la strada nelle vicinanze di un liceo a Nanterre (Parigi). Due esempi tra i più recenti, ma che non sono certo casi isolati. Se ne potrebbero citare tanti altri.

La differenza rimarcabile è che, una volta ancora, non è più questione di violenza reattiva scatenata per esempio da una “bavure” poliziesca, come poteva essere il caso del novembre 2005 o in Grecia (2008). Si è colta qui l’opportunità di una situazione. E anche se si potrebbe dire lo stesso per le rivolte reattive (la famosa storia del pretesto), troviamo qui una piccola e bella specificità. Mentre le violenze reattive hanno un po’ più di legittimità, o di ragioni evidenti, per cercare di affrontare la causa diretta: la figura del poliziotto. Qui, il poliziotto non è tanto la causa della riforma delle pensioni. E anche se si mostra offensivo/repressivo nei confronti del movimento, non è questo, diversamente a quello che vogliono far credere i gentili democratici della sinistra (le “provocazioni poliziesche”), essenzialmente che fa si che si voglia attaccarlo, lui e i suoi colleghi. C’è in eguale misura della vendetta personale da parte di quelli che conoscono le umiliazioni quotidiane e il voler mettere il poliziotto nella sua posizione reale: quella della difesa del capitale, dello Stato, colui che tiene la briglia tutti i giorni, colui che permetterebbe di metterci in gabbia e bruciare le rivolte di domani. E si tratta quindi di un buon senso totale quando la reazione prima nel vederlo non è più di mandargli i bacini o fare sit-in davanti a lui. Ma di andarci apertamente. Più ce ne saranno a terra, meglio sarà.

Ma non mettiamo semplicemente e solamente i poliziotti al centro della cosa (i servizi d’ordine dei sindacati dovrebbero avere la stessa dose nel quotidiano…). Il braccio armato del capitale deve prendere di più, ma non si ferma certamente lì. Ciò che si ritiene è che deve scoppiare, saccheggiare, bruciare. Tutto ciò che umilia nel quotidiano in termini di questioni materiali, tutte le frustrazioni e le vie senza uscita promesse da questa società alla maggior parte delle persone, tutto ciò deve prendere dei colpi, deve essere scaraventato via (sempre che si abbia uno spirito immediatamente pragmatico e a riempirsi le tasche, anche).

Nello stato attuale delle cose, non serve a niente dirsi che tutto ciò possa servire effettivamente o non a qualcosa. Una vetrina rotta o un’auto bruciata non hanno mai cambiato e non cambieranno mai il mondo in quanto tale, questo è sicuro. E’ solo che questi ultimi giorni danno piuttosto un’indicazione per domani, che sia dentro questo movimento o in un altro. Sempre più persone non hanno niente da perdere e più da guadagnare nel vedere questo mondo morire. E quando la maggior parte delle persone per strada si metterà a compiere tutta una serie di atti di non-ritorno possibile. Quando non ci saranno 10 ma 1000 vetrine rotte in contemporanea e senza concertazione. Tutto comincerà.

A quando il fuoco alle raffinerie?

Un elettrone libero e rivoltato che spera nella corrente ad altissima tensione per non dover restare al buio…troppo a lungo

P.S.: appello ai compagni democrats teorici del complotto: compagni, per non avere più dubbi se siano o no dei poliziotti infiltrati e provocatori che spaccano le vetrine e commettono i diversi atti di violenza, in particolare durante i cortei neri parigini, procurati tu la prossima volta una barra di ferro e spaccane una per primo. E’ la sola terapia di choc che ti resta a disposizione. Oppure hai ancora la possibilità di unirti ai ranghi del Servizio d’Ordine e ancora quelli delle milizie staliniane in formazione. Ma attenzione, tu ne prenderai davvero tante, perchè anche se si sa che i SO non hanno sbirri infiltrati nelle loro fila (ah, merda, si! ci sono le branchie sindacali della polizia e dei secondini in un buon numero di sindacati), si sa anche che questi ultimi hanno ben infiltrato le loro teste. Saranno quindi trattati come tali.

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Francia / Lione: La “prigione a cielo aperto” di Place Bellecourt

Giovedi 21 Ottobre, sciopero sindacale per le pensioni: Lione viene completamente militarizzata e i manifestanti fatti oggetto della discriminazione e della violenza della polizia. Il racconto, in soggettiva, di Marco, studente italiano “emigrato”.

da Zic.it

Place Bellecour giovedì 21 Ottobre è diventata “prigione Bellecour”. Per timore di rivolta, le divise l’hanno circondata, occupata coi blindati e con gli idranti, poi dalle 13 in poi hanno chiuso tutte le uscite.
La piazza è in pieno centro di Lione, è la vetrina della città, è enorme, ha 12 uscite; per riuscire nell’impresa la prefettura ha inviato 600 uomini, tra gendarmi, Crs (celerini), Bac (una sorta di Digos), e persino il Gipn, le teste di cuoio francesi, senza contare l’elicottero e le motonavi sul Rodano, ormai presenza fissa. Qualche centinaio di persone son rimaste intrappolate nell’enorme dispositivo. Alcune erano là di passaggio, altre erano studenti e studentesse partite la mattina presto in corteo dai licei occupati, come ogni mattina da una settimana a questa parte. Aspettavano l’inizio della manifestazione delle 14, indetta dai sindacati contro la repressione. Ma non è stato possibile raggiungerli; fuori, in molte e molti abbiamo sbattuto contro il muro di uomini in divisa.
Dentro hanno cominciato a filtrare, a decidere chi poteva uscire e chi no, a distinguere buoni e cattivi. I meno giovani soprattutto, e i più rispettabilmente vestiti, e i più bianchi, potevano passare i check point. Una ragazza appena uscita ha urlato in lacrime “mi avete fatto passare perché sono bianca, è orribile”. Parecchi/e restavano lì dentro comunque.

Manifestazione a Lione
Manifestazione a Lione

Si trattava di dare un volto e un corpo alla categoria vacua di “casseur”, questo fantasma di cui si parla incessantemente su giornali e televisione. “Casseurs che s’infiltrano ai margini dei cortei”, che “strumentalizzano il movimento per degradare il bene pubblico” afferma il prefetto; “bande di ragazzini che si sono date al saccheggio, (…) non erano assolutamente degli studenti” gli fa eco il sindaco per descrivere la rabbia insorta nei cortei selvaggi dei giorni scorsi. A sentir parlare loro, non si capisce da dove verrebbero i casseurs, dalla periferia forse, o forse dalla luna. Quel che conta, è che non devono essere assimilati a niente di familiare e di logico, niente a che vedere con lo sciopero, niente di politico; i casseurs nel discorso ufficiale sono ragazzini, gente non informata, che non sa nemmeno perché è lì, insomma che non pensa. Un discorso razzista mascherato dietro strani criteri di età e di vestiario. E così in questi giorni, nel centro città trasformato in vera e propria fortezza militare, bisogna fare molta attenzione all’abbigliamento: se ti mette una felpa col cappuccio, i celerini non ti fanno passare i loro cordoni permanenti, proprio mentre la tua amica col maglione e i capelli biondi passa senza problemi. E’ il famoso “controle aux faciés” (tr.it: controllo secondo le apparenze fisiche/estetiche), fastidiosa pratica discriminatoria denunciata tra gli altri anche dalmovimento dei sans papiers, che viene istituzionalizzata e fatta dispositivo di controllo di massa delle manifestazioni. Continued…

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La Rage et la Révolte

Comparso per la prima volta già nella primavera del 2006 sotto il nome di C’est d’la racaille?Eh bien, j’en suis, questo scritto si prefigge di dare una lettura “a caldo” della ormai ben nota “Rivolta delle banlieues”.
Lettura lontana da qualsiasi remora sociologica, accademica e/o speculativa, secondo il mio modesto parere riesce, a colpi di buon senso e andando a “rovistare nel cestino delle (tante) informazioni”, a fornire una lettura tutta politica degli eventi che “hanno sconvolto la Francia”.
Se non ci si capisce sull’analisi del contesto poi è difficile trarre dagli eventi delle indicazioni per il cambiamento.
In primo luogo questo libro è, quindi, una messa sotto accusa dell’urbanistica (e dell’urbanesimo) popolare e non che negli ultimi 20 (ma anche 50 anni) ha partecipato, come uno degli strumenti principali, alla governance della società.
Ovvero, ha diviso i poveri, prima dai ricchi, e poi tra loro stessi, intaccando e cercando di distruggere le forme potenti della socialità popolare.
In secondo luogo, e immediatamente di conseguenza, si corto-circuita tutta la retorica del binomio integrazione/esclusione, che in ambito politico è stata la guida dei modelli repressivi neo-autoritari ispirati alla Tolleranza Zero. Ma non solo.
Qui il j’accuse è più ampio, ed investe la (presunta) forma sociale residua delle nostre società. In fondo pare quasi banale, una volta che ci si arriva: a quale società dovrebbero “integrarsi” i “figli dei poveri” (banlieuesards)?Cosa ne è della società, anche sociologicamente intesa (principalmente Weber) come una forma di associazione allargata, nell’epoca dell’individualismo narcisista ed egoista?
Chi sono coloro che si “escludono dal mondo sociale”: i giovani “issus de l’immigration”, con il loro occupare gli spazi pubblici, con il loro associarsi in bande giovanili, con le loro mode e le loro invenzioni linguistiche e culturali (nella migliore tradizione delle classe popolari)?Oppure i ricchi, allontanatisi prima dal rumore delle grandi metropoli dove continuano a lavorare, ripetendo il tragitto casa-lavoro ogni giorno, ogni giorno tornando alle loro villette di periferia in cui trovano ad accoglierli la televisione, internet e, quando fortunati, il misero tepore della famiglia ristretta?
Cosa sono i “ghetti” se non le zone residenziali ad alta rendita, in cui ricchi e borghesi si rinchiudono, rifiutandosi di venire a contatto con il mondo reale, quello fatto da persone?

Pur a volte con argomenti molto “terra-terra” e con una lettura semplificata delle divisioni sociali, Dell’Umbria tocca il punto profondo delle fratture sociali e della loro relazione con un mondo reale che è sempre meno “social” (nonostante il web e le pressoché infinite possibilità di fruizione culturale, artistica e intellettuale) e sempre più “individuo”.
E, giustamente, l’Autore non spreca neanche una riga nel confutare la sociologia che tenta di spiegare le “sconfitte” dei presunti “emarginati” nel loro tentativo (?) di “integrarsi” ad una società che non li vuole, non sa che farsene (e men che meno in questo periodo di crisi=aumento della competizione tra poveri) e sostanzialmente se ne frega, avendoli relegati in spazi di lontananza fisica (ban-lieu) costruiti appositamente perchè sia “impossibire abitare. In banlieue si può solo alloggiare. Non abitare”(cit. dal libro).E questi giovani che cercano invece di “abitare lo spazio”, sono percepiti come marziani, sotto-uomini e nuovi schiavi (“la rivolta della disperazione…” – R.Castel, 2006).
La sola disperazione che si è rivelata in questi anni è quella degli intellettuali che hanno cercato di spiegare le ragioni di una rivolta senza mediazioni, senza rivendicazioni, senza parole (ma qui molti hanno mentito: la rivolta e i loro giovani protagonisti hanno parlato, hanno parlato eccome!) e soprattutto senza senso (per loro).
Perchè il senso, secondo Dall’Umbria, è dato dal suo essere quasi immanente, dal suo carattere esistenziale (e, quindi, portando con se tutte le brutture di una tale esistenza, dalla violenza di genere, alla rottura generazionale, al rabbia diretta contro tutti coloro che sono aldifuori della “banda” – anche i loro vicini. Su questo punto Dall’Umbria è molto chiaro: non è questione né di assolvere né di portare a modello, è solo questione di capire e magari porsi le dovute domande anche in merito a quello che noi stiamo facendo in altri campi).
La rivolta di Novembre mette in questione anche le forme più consolidate della politica, anche quella più radicale, in un certo senso ricordando che il cambiamento, la sovversione hanno bisogno della spinta davvero vitale e vissuta, e non bastano le teorie e le analisi.
E’ una questione di qualità, avrebbe detto qualcuno.
La rabbia non si impara.

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