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Guerra asimmetrica

E’ l’articolo che da tempo avrei voluto scrivere sulla vicenda di Brescia e in realtà un po’ mi stupisce perchè certe cose le credevo visibili solo “dall’interno”. Annamaria Rivera è forse di Brescia?

(colgo l’occasione per linkare questo interessante sito web…no, non credo che c’entri qualcosa con il prof. Pasquino!)
http://pasquinoweb.wordpress.com/2010/11/19/la-rappresaglia-dello-stato/

di seguito il testo

Guerra asimmetrica
La rappresaglia di Stato sta realizzandosi nel modo più vile e crudele possibile. Dopo l’espulsione dei nove egiziani, rastrellati durante lo sgombero violento del presidio dei solidali sotto la gru di Brescia, ieri anche Mohamed, detto Mimmo, insieme a un connazionale, entrambi partecipi attivi della protesta, ha subito lo stesso trattamento. Che appare ancor più vile per il fatto che egli era stato fermato e ristretto nel Cie di via Corelli allorché tentava di far pressione perché i nove non fossero rimpatriati. Perfino nelle peggiori situazioni di guerra chi, dopo un’offensiva, avanza una proposta di tregua o di negoziato di solito è trattato con un certo riguardo. Ma la guerra che il ministro dell’Interno conduce contro i migranti è degna delle guerre globali dei giorni nostri: asimmetriche e prive di reciprocità, esse negano l’Altro perfino come avversario o nemico, quindi precludono ogni possibilità di patteggiare e di uscire dallo stato di conflitto permanente. Per chiudere questa fase del conflitto, sarebbe servita una norma che estendesse alle altre categorie di lavoratori immigrati una sanatoria dal carattere discriminatorio e dagli effetti fraudolenti; oppure, per non concedere troppo, sarebbe bastato un provvedimento che sanasse le situazioni di chi ha presentato l’istanza. Ma Maroni, si sa, è un duro al quale difettano flessibilità e lungimiranza, per non parlare di sensibilità per i diritti umani. Egli non concepisce altro che le armi pesanti della repressione. E neppure eccelle in padronanza semantica e in avvedutezza politica, se è vero che chiama ricatto una protesta e dichiara «finché ci sono io, niente diritto di voto agli stranieri»: asserzione che meriterebbe una denuncia presso organismi internazionali.
Ma in fondo lo si può comprendere, il povero Maroni: in effetti, la posta in gioco è alta. Egli sa o almeno intuisce che le proteste dei migranti hanno qualcosa d’inquietante e minaccioso: non solo mettono in scena il coraggio e la determinazione dei meteci, ma inducono a confrontarsi con le loro qualità morali.
Che a dare lezioni di civiltà sia la racaille extracomunitaria e clandestina, cui sono negati non solo il permesso di soggiorno e il diritto di avere dei diritti, ma perfino la qualità umana, è davvero uno scandalo. Scandalosa è la protesta della gru anche perché si svolge in un Paese cinico, individualista, corrotto, tale che verrebbe la tentazione di consigliare ai migranti: se ambite al permesso di soggiorno, la prossima volta travestitevi da giovani puttane plasticate e andate a bussare alla villa di Arcore. E invece in questo stesso Paese c’è qualcuno che è capace di mettere in gioco la propria sorte, tutta intera, pagando un prezzo personale altissimo, pur di rivendicare il diritto alla dignità e all’esistenza, non solo per se stesso ma per tutti coloro che sono nella medesima condizione. Su quella gru alcuni meteci hanno resistito per sedici giorni, oltre il limite dell’umanamente sopportabile, per condizioni materiali estreme e soprattutto per l’assedio poliziesco che è stato loro inflitto, spinto fino al tentativo di prenderli per fame e per sete. Così essi hanno affermato una verità valida per tutte e per tutti, tanto elementare quanto obliata: ribellarsi è giusto e possibile; e la ribellione, se ha delle buone ragioni, innesca il circolo virtuoso dell’empatia, della solidarietà, della condivisione umana e politica. Anche se a loro costa un prezzo altissimo, cosa che ci fa fremere d’indignazione e tristezza.

Annamaria Rivera – il manifesto – 19 Novembre 2010

Posted in Materiali, Politica, Sosta (Vietata), Tempi Moderni.

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One Response

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  1. Annamaria Rivera says

    Grazie per il complimento generoso.
    No, non sono di Brescia e purtroppo nei “giorni della gru” neppure mi è riuscito di andarci. Ma per figurarsi le situazioni basta esercitare un po’ di empatia e d’immaginazione (forse aiutano anche la lunga militanza antirazzista e il mestiere di antropologa). Sulla protesta della gru avevo scritto, dieci giorni prima, questo editoriale per Liberazione:

    Annamaria Rivera
    Sapesse, Contessa…
    Liberazione, 9 novembre 2010

    C’è una fotografia, fra le tante dei “sei della gru” diffuse in questi giorni tramite la rete, che li riprende in posa, insieme, lo sguardo rivolto verso l’obiettivo, l’espressione serena o sorridente, l’indice e il medio alzati in segno di vittoria o piuttosto di auspicio. Osservateli bene quei visi perché sono l’immagine della speranza. Non solo della propria: ottenere un permesso di soggiorno e il diritto di lavorare e vivere in pace e dignità. Ma anche di una nostra speranza: che sul terreno melmoso di questo paese corrotto e putrescente stia fiorendo una generazione meticcia di lavoratori che forse ci insegnerà di nuovo le parole che noi, analfabeti di ritorno, abbiamo dimenticato: parole semplici come pane e lavoro, dignità e rispetto, solidarietà e lotta per il diritto di vivere e di far vivere i propri cari. Sono le parole arcaiche e concrete del tempo travolto, o solo sommerso, dalla società dello spettacolo in versione italica: nella quale una ragazza marocchina può essere umiliata e vilipesa se sceglie d’indossare un foulard; maltrattata, internata, espulsa se perde, non per sua colpa, il permesso di soggiorno; protetta, coccolata e favorita nella “carriera” da potenti lenoni mediatici e di governo se, mascherata da “velina”, intraprende il mestiere più antico del mondo.
    Osservatela bene la foto dei sei della gru: due pachistani, un indiano, un egiziano, un marocchino, un senegalese. Sono persone di età diverse; differenti sono anche le biografie, i livelli d’istruzione (fino alla laurea), le lingue materne, i paesi e gli ambienti sociali di provenienza, i mestieri in nero che svolgevano in attesa del permesso di soggiorno. Eppure quei sei sono uguali e uniti nella determinazione e nel coraggio, nella capacità di resistere in condizioni estreme, nella volontà di sacrificarsi per se stessi e per conto dei mille migranti di Brescia che hanno fatto richiesta di sanatoria, hanno versato nelle tasche dello Stato qualche migliaio di euro e non hanno ottenuto il permesso di soggiorno.
    Grazie a questi lavoratori, destinati a divenire parte –che lo si voglia o no- del proletariato nuovo e meticcio di questo paese, da qualche tempo le parole arcaiche e semplici della dignità, dei diritti e del conflitto vanno generalizzandosi. Da Castelvolturno a Rosarno, dalla Domiziana alla gru di Brescia, fino alla Torre ex Carlo Erba di Milano, essi osano ribellarsi e rifiutare la condizione di meteci, sfidando la camorra e i caporali, il razzismo leghista e il ministro dell’Interno, nonché il putrido senso comune cresciuto fra una campagna sicuritaria e l’altra.
    Ed ecco perché il ministro dell’Interno si accanisce contro di loro e chi li sostiene con stile e metodo che qualcuno ha definito cileni: le violente cariche della polizia contro il presidio dei solidali, il divieto di assembramento, la caccia all’uomo per il centro di Brescia, alcuni feriti, il fermo di quattordici nativi/e e di un numero imprecisato di migranti. Probabilmente Maroni e suoi sodali intuiscono che è finita la pacchia: i “clandestini”, gli “extracomunitari”, l’informe massa da internamento ed espulsione, i potenziali criminali “di colore”, gli spauracchi da dare in pasto al risentimento popolare, le braccia da lavoro senza volto osano rivoltarsi e in tal modo si propongono come persone. E non solo. Il peggio è che pretendano d’insegnare che ribellarsi è giusto ed è di nuovo possibile. Ancor peggio è che vi sia una marmaglia pezzente –comunista, centrosociale, perfino cattolica e anche solidale o disperata senza aggettivi – che sembra disposta a seguire il loro esempio. Peggio di ogni cosa è che quei sei abbiano avuto l’ardire di rivolgersi al presidente della Repubblica come fosse il loro. E’ il mondo alla rovescia, signora mia, non siamo più padroni a casa nostra: ora i “negri” pretendono perfino di darci lezioni di civiltà.